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domenica 30 ottobre 2011

La cravatta sgargiante

courtesy jelene
Post di Giovanni
Abbiamo scelto questo giorno per festeggiare insieme il nostro compleanno (quanti anni!!!) che ricorre a pochi giorni l’uno dall’altro. Sono presenti le nostre mogli, i nostri figli, i nostri nipoti. Cioè la mia famiglia, quella di Gigi e quella di Erminio. L’esperienza ci ha insegnato che, anche dopo tragici eventi , la vita continua. Per questo abbiamo deciso di festeggiare ed aprire una bottiglia di spumante.

Nella vita abbiamo proceduto seguendo vite parallele. Apparteniamo alla generazione che ne ha viste e patite tante. In silenzio. Abbiamo frequentato la stessa scuola, fino al diploma. A quel punto ci hanno separati: corso allievi ufficiali. Poi abbiamo avuto appena il tempo di fare ancora una cena insieme. Un non confessato commiato. Quella sera facemmo tutti sfoggio di grande ottimismo. Fingevamo. Ognuno di noi lo sapeva.Molto ottimismo: ci mandarono al fronte: Russia, Albania, Africa.
Quando ci rivedemmo era l’estate del ’45: c’eravamo tutti. Segnati dentro l’anima, ma c’eravamo tutti. Non era poco. A distanza di poco tempo l’uno dall’altro arrivarono i matrimoni , i figli e poi i nipoti: in mezzo oltre mezzo secolo.
Erminio mi rivolge un invito: “Racconta la storia del tuo ritorno a  casa dopo la guerra, è tanto simile a quello mio e di Gigi. Vale raccontarla per tutti”.
“OK” (ai  nostri tempi non sapevamo neppure che volesse dire questa parola).
Era un caldo giugno quando fui scaricato da un vagone di un treno proveniente dalla Germania. Alle spalle avevo due anni di prigionia e quasi uno di malattia.
Mi avevano sistemato in un ospedale militare , il primo di una certa importanza subito dopo la frontiera.
La mia coscienza offuscata e la mente confusa mi avevano relegato in una caverna buia ove, a poco a poco, avevo perso il ricordo di tutto. Ero in quello stato quando giunsi all’ospedale militare. Non ricordavo più neppure le sofferenze . Mi ero abituato a vivere in uno stato di limbo senza tenebre e senza luce, senza disperazione e senza gioia.
Tutto questo aveva cominciato ad essere solo un ricordo da cancellare quando sbrigate le formalità, inclusa la corresponsione di un gruzzolo di arretrati e qualche pacca augurale sulle magre spalle, mi trovai come rinnovato sulla strada : libero
Riscoprii la meraviglia che è la luce e sopraggiunse la gioia, un sentimento che avevo dimenticato da tempo. Per me la guerra era finita in quel momento. Mi misi a camminare lento ed incerto verso la prima direzione che mi era capitata seguendo il corso della strada. Alla stazione delle corriere mi avevano informato che per raggiungere il paesetto  ove vivevano i miei genitori avrei dovuto attendere. “Non prima delle 19,30. Non ci sono altre corse” mi aveva informato la grassa bigliettaia che finsi di non riconoscere. Mi era stata sempre antipatica. Avevo deciso di impiegare il tempo andando a zonzo come mi piaceva fare talvolta quando ero ragazzo. Quella era la città ove avevo studiato e trascorso gran parte della giovinezza. Ni rendevo conto che man mano che avanzavo andavo incontro al mio passato. Avevo deciso la cosa più importante: che dovevo partire dal chilometro zero e ispirato dai luoghi ricostruirmi dentro resuscitando i ricordi: senza di loro non sarei esistito.
Nella tarda serata giunsi a casa. Trovai i miei genitori invecchiati e provati dall’attesa ma in salute e feci l’incontro con un altro sentimento dimenticato: la felicità. Quando dalla finestra della mia camera, nella quale non era stato spostato nulla perché la ritrovassi così come l’avevo lasciata, rividi la verde collina e più giù le tegole rosse di vecchie case, riscoprii l’estasi dei colori. Fu allora che dopo aver ricostruito lo scenario , mi apparvero nel ricordo , i comprimari della tragedia di una generazione, della loro giovinezza sacrificata.
Cercai gli amici.
Avevo acquistato un vestito ed una camicia. La scelta della cravatta fu il segnale che cominciavo davvero a respirare aria di riscossa. Ne scelsi una che un tempo non sarebbe stata di mio gusto e che neppure nel presente lo era ma aveva i colori sgargianti e luminosi. Simboleggiava ciò che volevo divenisse la mia coscienza e la mia mente”.
Il mio racconto terminò qui. Intorno a me occhi lucidi.
“Cari amici , cari coetanei, cari…..commilitoni non so se anche voi avete acquistato una cravatta sgargiante , ma sono testimone che siete partiti come me a testa bassa con una voglia pazza di non perdere il treno: la vita ricominciava.
Ci siamo riusciti non vi  pare?
Le difficoltà tante, le lotte tante. Delusioni ,successi e sconfitte sono alle nostre spalle.

Nel nome della nostra amicizia e della nostra vita brindiamo insieme ai nostri anni ed….al futuro!”.
Prosit, cin…cin..cin..
Giovanni

18 commenti:

nanussa ha detto...

Ai vostri tempi si che la vita era dura e noi che ci lamentiamo ogni giorno del nostro quotidiano!!!
Complimenti per non aver mollato mai e per il bellissimo traguardo raggiunto!!! Auguri di cuore di una splendida vita!! :)

dandelion67 ha detto...

Emozionale come solo un Vissuto sà essere...grazie a Giovanni per averlo condiviso..sereno divenire..
dandelìon

Strega Bugiarda ha detto...

Che forti emozioni... che meraviglia la consapevolezza del bello del nostro durare....
Grazie

Galatea ha detto...

Non mi vergogno di ammettere che ho gli occhi lucidi.
Sono stata trasportata nel tempo passato, ho udito nuovamente la voce di mio nonno che raccontava la sua storia. E la vita continua ...

Galatea ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
TuristadiMestiere ha detto...

questa lettura sì che ci ricorda che abbiamo il dovere di guardare avanti, di non mollare mai, di credere nel domani!!! Bellissima testimonianza!

Nicolanondoc ha detto...

Un racconto che mi ha ricordato mio padre, quando ci parlava della Russia, lui che era partito con uno squadrone per ritornare con una pallottola nella spalla con pochi altri persi di vista, ma il suo buonumore la sua voglia di vivere fece si' che ritornasse da noi, salvo e felice di ritrovarci..grazie e cin cin:-)
Per Ambra. : il tempio come hai notato è un luogo di culto,la foto è quella di un altare su cui si appoggiano i doni portati da chi prega..Un abbraccio a te ed un caro saluto a tutti voi.

Annamaria ha detto...

Quanta intensità e verità in questa testimonianza!
Il bisogno di ritornare alla vita dopo l'esperienza della guerra passa anche attraverso piccole cose, dettagli come il colore sgargiante della cravatta che diventa simbolo di un desiderio di riscossa!!!
Meraviglioso...grazie!

zicin ha detto...

Nelle tue righe ritrovo tratti di esperienza di mio padre.
Il tuo scritto è molto intenso e ricco di emozionied è permeato di speranza.
Mi ha commosso.
Bella l'immagine della cravatta... simbolo della rinascita chilometro zero.
Complimenti!!!

Sandra M. ha detto...

Mi hai ricordato il racconto di uno zio che tornò a piedi dall'Albania. E altri di mio papà che dopo l'8 settembre aveva sempre paura di essere "rastrellato". E quelli di mio suocero che se ne andò in montagna con i partigiani.
Quel ritornare poco a poco alla vita e ritrovare nelle cose semplici il vero senso della felicità. E della speranza per il futuro.Racconto che commuove, Giovanni.

Paola ha detto...

Anche a me, come a Sandra, il tuo racconto mi ha riportato ai racconti che sentivo da mio padre, dai miei zii: racconti che mi affascinavano e che ogni volta avrei voluto sentire e risentire ancora... accadeva soprattutto a Natale, quando la mia famiglia e quelle dei fratelli di mia madre, si riunivano dai miei nonni materni. Spero tu ne abbia ancora da raccontare, e poi lo fai con una semplicità ed un sentimento molto particolari. Un caro saluto, a presto

Cavaliere oscuro del web ha detto...

Un racconto molto emozionante.
Saluti a presto.

riri ha detto...

Mi ha colpito, ma quello che c'era da dir l'ha scritto Nicola, per quanto mi riguarda nessuno mi parlava della guerra...tante emozioni in questo racconto e nei colori della cravatta:-) Un caro saluto.

Lufantasygioie ha detto...

Di sicuro un pezzo di vita che restera' indelebile .
Buona giornata

Erika ha detto...

Anch'io ho sentito tante volte questi racconti da mia nonna e dai miei genitori che tra l'altro dovettero scappare da Fiume come profughi e cercare riparo qui al Sud lasciando la terra dove avevano trascorso gran parte della loro vita.Perfino mia mamma lavorò per i tedeschi che la costrinsero a scavare le trincee.
Grazie Giovanni per le forti emozioni che ci fai rivivere.

Ambra ha detto...

Il tuo racconto è oltremodo commovente, Giovanni. Non ricordo nulla della guerra. Ero troppo piccola e forse sono stata strenuamente difesa dai miei genitori affinché la guerra non lasciasse alcun segno su di me. Ho solo un ricordo molto molto vago di sirene che suonavano.
Ma leggendo il tuo post mi rendo conto di quanto duro sia stato quel tempo anche per chi è ritornato a casa. E quanti ragazzi giovani in ogni Paese non hanno fatto più ritorno!

Giovanni ha detto...

Ambra carissima il tuo commento mi conferma il tuo animo sensibile ed il prezioso dono della capacità di capire. Tu hai ricordi vaghi ma sei stata capace di partecipare ai ricordi di coloro che che c'erano e son tornati. Ti abbraccio Giovanni

Giovanni ha detto...

quasi tutti non c'eravate ma nel ricordo di racconti di genitori e nonni avete partecipato con intensità al ricordo di quei tempi lontani. Ottima occasione in questo mese di ricorrenze per ricordare i nostri cari scomparsi. Non vi ringrazio. Vi unisco tutti in un grande abbraccio giovanni

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