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sabato 14 novembre 2009

Analisi fenomenologica del volontariato

La domanda è: “Come si spiega che in una società il cui obiettivo primario è il potere, da quello politico a quello della ricchezza, della giovinezza, della bellezza e via dicendo, come si spiega
il fenomeno del volontariato che investe l'intera società dai giovani agli adulti e ai pensionati ed è in crescita continua?”.

Secondo me la risposta sta nei seguenti fenomeni.
  1. Lo psicologo Abraham Maslow ha formulato una teoria che mette in forte relazione i bisogni fondamentali dell’uomo con le motivazioni ad agire. Secondo Maslow questi bisogni sono: fisiologici (nutrirsi, tutte le attività necessarie alla sopravvivenza individuale), di sicurezza (casa, lavoro, salute, protezione da attacchi ecc), di appartenenza (amicizia, famiglia, gruppi ecc), di stima (rispetto, autostima, ammirazione ecc), di autorealizzazione (creatività, valori e morale, raggiungere risultati ecc). Ognuno di noi è motivato ad agire se, consapevolmente o meno, percepisce e/o è convinto che quanto fa realizza uno o più di questi bisogni. Svolgere un’attività di volontariato porta a realizzare i bisogni di: a) appartenenza. I volontari vengono a formare un gruppo, caratterizzato da valori e obiettivi comuni. Si verifica un’osmosi positiva tra identità del gruppo e identità individuale. Si creano nuove relazioni più o meno approfondite ma comunque caratterizzate da un’atmosfera gradevole dovuta alla condivisione, appunto, di alcuni valori e obiettivi. b) stima. Fare volontariato è un’attività che procura stima e ammirazione da parte della società in generale, il che, insieme a quanto vediamo subito di seguito, nutre in modo considerevole l’autostima. c) autorealizzazione. Facendo volontariato si agisce concretamente per realizzare propri valori che, in moltissimi casi, l’attività lavorativa o sociale abituale non permette di realizzare. Infine, la psicologia del lavoro ha identificato tre principali bisogni che guidano la persona nel corso della sua carriera professionale: di potere (influenza sugli altri), di appartenenza, di realizzazione. Cosa manca in questo elenco? Il denaro. Questo significa che l’essere umano è mosso, anche in un ambito come quello lavorativo caratterizzato dai soldi, da bisogni, pulsioni, desideri che vanno ben al di là della semplice materialità delle cose. Questo primo punto spiega secondo me le motivazioni generali che portano alla scelta del volontariato. Per spiegare l’attuale crescita del volontariato passo al prossimo punto.
  2. Negli ultimi anni, con il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione, si è passati da una concezione di azienda come organizzazione rigida, fondata sulla produttività quale unico valore e obiettivo, a una concezione di azienda flessibile, aperta costantemente al cambiamento, in relazione dinamica e costruttiva con tutte le realtà che la circondano. I valori etici sono divenuti parte fondante delle organizzazioni. Quindi valori come la solidarietà, il rispetto dell’ambiente, il sostegno a persone in difficoltà eccetera sono entrati a far parte integrante della mission aziendale. Molti imprenditori noti, fino ad arrivare a Bill Gates, pubblicizzano le proprie attività di volontariato e lo stesso vale per divi dello spettacolo e campioni dello sport. Tutto ciò ha comportato e comporta una forte e diffusa sensibilizzazione, all’interno della società, per quanto concerne una serie di tematiche che, in definitiva, sono quelle che caratterizzano il mondo del volontariato. In definitiva: la nostra attuale cultura è intrisa, oltre che dai valori del potere, della ricchezza eccetera, anche dai valori della solidarietà e dell’altruismo. E l’attenzione data dalle aziende a tali valori né una dimostrazione significativa.
Questi due punti, che rappresentano due fenomeni attualmente in corso, che si miscelano e si integrano fra di loro, rispondono, almeno in gran parte, alla domanda di partenza.
Luca B
image courtesy of SqueakyMarmot

6 commenti:

giulioa ha detto...

Le argomentazioni di Fabio sono "vere" e approfondite; in effetti il volontariato risponde ad esigenze più o meno profonde della persona.
Ci sono, io ritengo, altri aspetti; in Italia questo fenomeno,specialmente negli ultimi anni, è più diffuso che in altri paesi. Nel nostro paese, storicamente, il servizio alla persona, alla comunità, alla terra, alla comunione dei beni sono svolti dalla famiglia, dalla Chiesa e, in minor misura, dallo Stato. Queste tre entità sono in crisi, in particolare per quel servizio che riuscivano a svolgere.
Parallelamente, a cavallo tra gli anni '60 e i '70 si è sviluppata una cultura di maggior coscienza sociale, a partire dai movimenti politici e civili e nel movimento cattolico, al di fuori delle "gerarchie".Qesto fenomeno ha spinto molti ad agire sui problemi individuati con uno spirito di "militanza", secondo i pricipi acquisiti che rimandavano, chi più chi meno, ad ideologie. C'erano i militanti, sindacali, sociali, caritatevoli, ambientali, per la pace, oltre a quelli politici che agivano con spirito di servizio, a differenza, non di tutti, ma della maggioranza di oggi.
Tra le persone, essenzialmente giovani, coinvolte in quel fenomeno, nella grande abbuffata consumistico/economica e di ritorno al privato degli anni '80, ci si è trovati in minoranza nel "voler fare"; allora il voler fare, per noi, per rispondere alle esigenze della nostra persona, e per gli altri è risultato più importante delle appartenenze, delle idee astratte. Il volontario si è presentato come figura diffusa in tanti ambiti, e, in particolore, nei servizi alla persona. Per questo iter, che è stato caratteristico del nostro paese, quì è una figura più diffusa che altrove; senza dire del volontariato internazionale verso i sud del mondo.
Questa pseudo disquisizione storico/politica, secondo me, può servire a capire che, oltre alla autorealizzazione personale, che è importante, c'è un "diritto" e una forza del volontariato, e del volontario, rispetto alla società, alle istituzioni, tutte, che non devono trovare riscontro solo in termini di stima, ma di supporto e di ascolto, anche la persona del volontario può esigere di veder tolti gli ostacoli formali, burocratici, logistici, e quant'altro ostacolano l'azione.
La storia, la genesi del fenomeno, rispetto alle debolezze della nostra società, italiana, ne danno un'importanza ben maggiore della prestazione individuale.
Sono uscito dal seminato rispetto alle argomentazioni di Fabio; ritengo però che questi miei argomenti, ricavati anche dalla mia esperienza personale, diano forza e valore alla nostra aatività.

Luca B. ha detto...

ciao Pasquale. Non metto in discussione la tua analisi sociologica, che in gran parte mi trova d'accordo. Mi preoccupa e mi vede in totale disaccordo invece, caro Pasquale, questo tuo desiderio di non avere né controlli né limiti "all'azione". Se però questa mia preoccupazione è dovuta a un mio fraintendimento o a una mia errata comprensione, ti chiedo, se vuoi, di farmi capire meglio il tuo punto di vista in materia.

Ida ha detto...

Scusate ma mi sfugge qualcosa: il post è firmato Luca B.; giulioa risponde facendo riferimento alle argomentazioni di Fabio; Luca B. risponde a Pasquale? Qualcosa si inceppato o avete cambiato tutti nome? Grazie e buona serata a tutti!
Ida

giulioa ha detto...

Beh,mi piace essere "sul pezzo", come dicevano i giornalisti una volta, cioè non dare tempo al tempo ma scrivere a caldo ed avere risposte altrettanto repentine. Grazie ad Ambra, che ci permette di "tenere caldo" il blog.
Innanzi tutto mi presento: mi chiamo Giulio (non era difficile capirlo). Ho 65 anni. sono un volontario che, per adesso, si occupa di un Gruppo di Socializzazione. Data l'età spero mi sia concesso sbagliare i nomi, anche la vista è un problema; comunque il mio commento è per Luca B. . Non mi offendo per essere chiamato Pasquale.
Caro Luca: non ho capito bene cosa tu abbia capito; non temo ne "controlli" ne "limiti" se vengono dalla situazione oggettiva in cui si opera come volontari.
La mia non voleva essere un'analisi sociologica ma la storia, anche da me vissuta, che potrebbe portare a capire cos'è il volontariato, e il volontario, oggi; perché c'è quella storia alle spalle. Non "robetta" di anime belle che, per realizzarsi, si fanno belli, ma persone che danno di sè perché c'è bisogno di loro, perché la società non garantisce, per esempio, quanto la nostra Costituzione prevede.
E' diverso, è più forte fare il volontario per "necessità", perchè le cose nonm vanno bene, piuttosto che solo per la propria realizzazione, che non è da buttar via.
Se limiti derivano da chi non fa il proprio "mestiere", non garantisce quanto deve essere garantito dalla legge suprema su cui ha giurato, allora non ci dobbiamo stare (io nel mio picolo, per un altro ambito di volontariato, ho dovuto giurare sulla Costituzione).
Se non funzionano gli ascensori nelle case popolari,se le assistenti sociali non danno seguito alle nostre segnalazioni, se un nostro assistito non ha un'assistenza a domicilio come previsto, e noi dobbiamo farci carico di questo problema, ecc., ecc., possiamo pretendere che la nostra voce non venga trattata come quella di un qualunque cittadino che sa delle cose ma come un VOLONTARIO. Questi sono i limiti "soggettivi" che, secondo me, non dobbiamo accettare.
Disponibile, anzi ansioso, di discutere di tutto ciò.

Luca B. ha detto...

ciao a tutti

Caro Giulio, io a volte eccedo (anche a sproposito) in senso dell’umorismo. Per cui quello sui nomi non l’ho preso come un’offesa, ma come un gioco. Inoltre al tuo indirizzo blog non si trova nulla, per cui non avevo assolutamente idea di chi fossi.
Sul tuo ultimo post. 1) Ho capito quello che ho letto, e che tu hai scritto: “la persona del volontario può esigere di veder tolti gli ostacoli formali, burocratici, logistici, e quant'altro ostacolano l'azione”. Letto il tuo secondo post mi è più chiaro a cosa ti riferisci e sono completamente d’accordo con te. Dal primo risultava una dichiarazione troppo generale e generica. 2) Tu stesso nomini più volte la “società” e una serie di istituzioni sociali, per cui continuo a ritenere che i tuoi due post abbiano anche un valore “sociologico”, nel senso di analisi di alcune dinamiche sociali. 3) Io non vedo opposizione di sorta tra autorealizzazione e azione sociale. Anzi, trovo bellissimo ed estremamente nobile che vi siano persone che trovano la massima realizzazione di sé nell’aiutare chi ha bisogno. Mentre sono in disaccordo più completo con te sul fatto dell’essere spinti dalla “necessità”. Ti cito ancora: “Diverso”, “Più forte”, “Essere spinti dalla necessità”, “piuttosto che solo per la propria realizzazione, che non è da buttar via”. Ecco, quello che personalmente rifiuto e sinceramente non mi piace per niente è questo sentirsi diversi e più forti, quindi superiori ai “non-volontari”, questa sorta di “eroismo sacrificale” per cui il volontario si fa carico dei mali del mondo, lasciando in secondo piano sé stesso a favore degli altri sofferenti. Con due puntualizzazioni: secondo me questo è il modo di pensare di alcuni volontari (non di tutti) ed estendo il discorso a chiunque opera nel sociale.

giulioa ha detto...

Non la voglio fare lunga. Non voglio continuare il ping-pong.
Spiego: noi non siamo eroi, ne "diversi", se ci dedichiamo gratuitamente al mondo e all'altro è perché li vediamo li "conosciamo"; dalla conoscenza, e dalla coscenza (dialetticamente legate) scaturiscono le necessità dell'altro e del mondo, la necessità non è "nostra", la facciamo nostra nell'atto del dare.
Tutto ciò non è in contrasto col piacere del dare, del fare volontariato.
Il mio motto è: posso fare, voglio fare, faccio.
Se poi c'è qualcuno che non da, non si da, peggio per lui, non sa come ci si sente bene.
Per quanto riguarda le informazioni su di me sul mio indirizzo blog mi scuso ma non sono addentro a queste cose; è la prima volta che mi "intrufolo" in un blog.

Saluti a tutti.

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