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giovedì 14 aprile 2011

Venezia: crocevia di destini



Post di Giovanni N.

Erano passate da poco le undici della sera quando in quell’ottobre di guerra  giunsi a Venezia. Buio ovunque per l’oscuramento imposto come difesa dagli attacchi aerei. Solo qualche lampada azzurrata qui e là ed un silenzio gravido di minaccia.
Uscii dalla stazione e mi trovai sul piazzale di fronte al Canal Grande. Il buio, quella tristezza di cui era intrisa l’aria umida che mi avvolgeva come un sudario avevano trasformato la gioia dell’arrivo, sognata per mesi, in angoscia.
Avevo ottenuta una licenza per un esame all’Università. Cercavo di farne quanti più potevo compatibilmente con il tempo libero per la preparazione lasciatomi dal servizio militare. Il mio futuro era ancora più buio di quella sera sul piazzale della stazione. La sola luce dei miei vent’anni era Cinzia. Vinsi l’angoscia pensando a lei: l’indomani l’avrei rivista.
Mi inoltrai verso Lista di Spagna  ove si trovava l’albergo. Incontrai rarissimi frettolosi passanti. Come un conforto mi giunse l’odore salmastro della laguna e lo sciabordio di un remo di una invisibile gondola. Entrai in albergo come in un rifugio mentre dalla vicina stazione mi raggiungeva il fischio di una locomotiva in manovra che lacerò il silenzio come un commiato da quello stato d’animo. La luce dentro l’albergo mi diede una forte emozione ed assaporai la gioia dell’arrivo.
Il giorno dopo uscii presto. Una fata dovette avere avuto pietà perché sembrava fosse avvenuto un miracolo. Il sole aveva  fatto giustizia dei fantasmi della notte e la laguna era un allegro sfavillio mentre i vaporetti avevano ripreso a navigare i canali.
Cinzia mi attendeva sul ponticello adiacente l’Università. Appena ci scorgemmo ci salutammo da lontano con ampi gesti delle mani. Quando fummo vicini ci assalì un imprevedibile imbarazzo. Superato quel momento demmo libero sfogo alla felicità di essere insieme.
L’avevo incontrata pochi mesi prima. In primavera. La guerra non aveva ancora apportato le distruzioni e i lutti che, dopo di allora erano seguiti.
Ci eravamo incontrati verso sera all’Università ove entrambi ci eravamo recati per informarci degli orari degli esami. Da un banale scambio di informazioni aveva preso avvio un colloquio sempre più avvincente sempre più attratti.
Stemmo insieme il più a lungo possibile. Quando partii ci scambiammo la promessa  di vederci il più presto possibile. Ed eccoci al nostro secondo incontro. Nei mesi di separazione avevamo trasferiti nelle lettere i sentimenti che erano sfociati nell’amore epistolarmente dichiarato. La felicità dell’abbraccio ci fece obliare per un momento la consapevolezza che il nostro avvenire era divenuto ancora più incerto. Non ne parlammo ma entrambi agimmo di conseguenza determinandoci a vivere le ore a nostra disposizione il più intensamente possibile. Erano seguiti momenti di euforica speranza ed altri di malinconia. E le ore fuggivano via troppo velocemente.
La sera cenammo in una trattoria a metà strada fra il mio albergo ed il suo. Un ambiente adatto per quell’ultima sera per il silenzio e le luci soffuse. Stemmo insieme fino a tardi. Il più possibile. Il distacco era ormai imminente.
La mattina dopo Cinzia mi raggiunse alla stazione per un ultimo saluto. Lei sarebbe rimasta ancora un paio di giorni per gli esami.
Fu una separazione  difficile. Io sapevo che da lì a pochi giorni mi avrebbero inviato in Grecia a combattere. Un segreto militare che non potevo rivelare.
Quando la strinsi a me prima di salire sul vagone un pensiero mi attraversò la mente : “tornerò?”.”Ti rivedrò ancora?”
Asciugavo le sue lagrime mentre lei mi diceva parole che non avrei dimenticate mai. Sembrava presagisse la verità: “ tu parti ma io continuo a portarti dentro di me. Ci sarai sempre”.
Momenti tremendi e di contrasto: si vorrebbe che il segnale di partenza fosse dato il più tardi possibile ed al tempo stesso si desidera essere già nell’attesa proiettati nel progetto di un nuovo incontro.
Il tormento ebbe termine e ne cominciò un altro col segnale di partenza.
Continuai a guardarla dal finestrino come se volessi fissare l’ultimo fotogramma di quella visita a Venezia.
Una settimana dopo fui spedito al fronte. Una partenza improvvisa in anticipo sulle date ipotizzate.
Tre lunghi e difficili anni mi attendevano. Anche il conforto della corrispondenza ebbe termine quando ferito fui prigioniero in un ospedale militare del nemico.
Giunse il giorno del rimpatrio. Credevo che la vita mi avrebbe ricompensato. Un sorta di risarcimento.
Invece  mi attendeva una  tremenda esperienza. Compresi che  si può soffrire di più che in guerra
Appena ritennni di essere presentabile telefonai. Col cuore in gola, balbettando per l’emozione. Una conversazione telefonica di pochissimi minuti aveva radicalmente mutato i miei sentimenti e stravolto le aspettative. Alla fine di quei pochi minuti, l’amore era stato sostituito da delusione, amarezza e rabbia.
“Chi parla?”
“Sono Sandro vorrei parlare con Cinzia”. Amai quegli attimi di attesa e di emozione irrepetibili in una vita sola.
Poi la risposta:
“Io sono la mamma Cinzia non abita più qui”
“Dove è andata?”
Sentii l’imbarazzo e forse la pena della brava signora .
“Cinzia si è sposata . La prego la lasci  in pace ne ha passate tante. Ha sofferto molto”
Rimasi come fulminato. L’alta tensione mi aveva immobilizzato.
Credetti di odiare il mondo.
Dopo circa un mese di tumulti interiori  e di  rancori in via di esplosione, decisi di rivederla. Forse nella inconscia ricerca di rassegnazione o  di un qualsiasi equilibrio, una capacità di ricostruzione .
Mi procurai l’indirizzo e partii per Alessandria.
Mi appostai dinanzi alla sua casa. Non dovetti aspettare tanto. Nella tarda mattina la vidi uscire spingendo una carrozzella.
La scrutai. Cercai di imprimermi nella memoria la sua nuova immagine. Era cambiata. La sua chioma un tempo di un nero corvino presentava larghe strisce bianche.
Mi sovvennero le parole di sua madre “ne ha passate tante”.
Certo anche lei ha avuto la sua guerra. Tutti l’hanno sofferta. Sentii senza una spiegazione  razionale che il balsamo della rassegnazione era in arrivo.
Allora provai pietà per lei e per me e trovai la forza  in nome dell’amore perduto di rivolgerle un muto augurio.
La seguii con lo sguardo fin che potei, fin quando svoltò l’angolo e sparì dalla mia vista. E dalla mia vita.
Giovanni N.
image cc by eblaser

20 commenti:

Tomaso ha detto...

Che raccointo mozza fiato, credi sempre che continui e porti delle belle suddisfazioni! poi qualcosa ti dice che non è sempre così.
Molto bello cara Ambra.
Tomaso

Sciarada ha detto...

Buongiorno Giovanni, che moto di emozioni travolgenti si dipana in questa storia, mi incurioscisce moltissimo la scelta di aggiornare ed imprimere l'immagine di Cinzia nella mente, io probabilmente sbagliando non l'avrei mai fatto! Complimenti a te!
Ciao Ambra!

Stella ha detto...

Giovanni e mi hai fatto commuovere nuovamente: ho le lacrime agli occhi...

Erika ha detto...

Anche in questo racconto, caro Giovanni, hai evidenziato le tue ottime capacità di narrare e soprattutto di renderci partecipi delle tue forti emozioni.
I miei più sinceri complimenti!


Un caro saluto anche a te, cara Ambra!

cosimo ha detto...

Rendere partecipe delle emozioni che escono da un racconto, non è da tutti.
Complimenti!

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e per te Ambra un forte abbraccio!

Annamaria ha detto...

Bellissimo questo racconto, scritto con delicatezza e la capacità di chi sa ricreare particolari atmosfere.

Grazie!!!

il monticiano ha detto...

Fantasia o realtà non importa, il contenuto di questo post è veramente bello e coinvolgente.
Grazie per averlo scritto.

nanussa ha detto...

un racconto bello e molto commovente!!

felice serata a presto!!

Lufantasygioie ha detto...

mi è piaciua la ua storia,anche se poi il destino ha voluto altro per te.
Lu

Michele ha detto...

ciao Michele pianetatempolibero

Adriano Maini ha detto...

Le guerre portano anche a queste situazioni. Ma la bravura dello scrittore é il passaggio che conferisce valore perenne alla singola vicenda.

Alessandra ha detto...

Molto bello il racconto! Complimenti all'autore!

riri ha detto...

Ho provato una densa commozione nel leggere questo tuo racconto, un ricordo intriso di dolcezza e dolore, a volte la guerra fa più male della caduta di una bomba. Ricordo solo quello che mi raccontavano, essendo del 49), ma in giro per la mia città c'erano ferite ancora profonde.
Un grazie, un caro saluto a tutti gli altri amici, un abbraccio ad Ambra,buon fine settimana.

Ambra ha detto...

Ci sono accadimenti nella vita che lacerano l'anima e lasciano una cicatrice profonda. Anche se lontani nel tempo non si possono ricordare senza una vena di dolore.

Cavaliere oscuro del web ha detto...

Un racconto che trasmette forti emozioni.Saluti a presto

tilli ha detto...

Ho il magone in gola...
Sono senza respiro.
Buona domenica a tutti

Giovanni ha detto...

@ Tutti.
A tutti i miei lettori di questa storia veneziana un sentitissimo ringraziamento.
Con i vostri commenti avete rinverdito l'emozione con la quale la scrissi. Buona domenica. A te Ambra un saluto speciale.. Giovanni

Sandra ha detto...

Avvincente fino all'ultimo rigo. Sei un bravo narratore. Sarà bello conoscerti, alla festa blogger!

Dual ha detto...

Un sorriso per augurati una buona domenica delle palme
Gio'
http://remenberphoto.blogspot.com/

sandro ha detto...

Seguo quello che scrivi e mi pare che tu ne abbia tante di esperienze da raccontare e sono tutte molto affascinanti, sandro

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