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giovedì 4 dicembre 2008

I miei nonni ...così lontani

Sulla scia emozionale di quanto scritto da Ida riguardo ai suoi nonni così diversi, estranei all’iconografia tradizionale, ho voluto anch’io soffermarmi a ricordare i miei nonni, cercando di ripescare dalla memoria i pochi, ormai sfocati dettagli che ho di
loro. Anch’io non ho ricordi di nonni che mi hanno raccontato favole o cantato melodie o preparato torte e biscotti o ..… Questo soprattutto a causa della lontananza poiché nessuno dei miei nonni abitava a Milano e, a quei tempi, anche poche decine di chilometri rappresentavano comunque una distanza. Ma io porto con me un indelebile ricordo di tre dei miei nonni nei miei tre nomi anagrafici, nessuno dei quali per altro mai utilizzato: tutti, a partire dai miei stessi genitori, mi hanno sempre e solo chiamato Mimma fin da quando ero in fasce, ed infatti questo è l’unico nome in cui mi riconosco e mi sento a mio agio.
Inizio col dire che della nonna paterna Anna non ho nessun ricordo, in quanto morta l’anno prima che io nascessi: di lei rammento soltanto una piccola foto consunta che mio papà conservava gelosamente nel portafoglio e di lei potevo così ritrovare il volto in quello di tutte le mie zie paterne.
Del nonno materno Angelo, mancato quando ero una bimbetta, ricordo dei goffi tentativi di abbracciarmi e baciarmi, di cui allora non coglievo la tenerezza ma solo il fastidio che mi dava la sua ruvida barba contro le mie guance paffute tanto che, con suo grande divertimento, lo chiamavo “Nonno barbone”. Di lui conservo in bella vista il quadro, orgogliosamente ereditato da mia madre e poi da me, contenente la medaglia d’oro e l’attestato che la Società OROBIA gli conferì nel dicembre 1953 per “dimostrargli, dopo 35 anni di quotidiana e fattiva collaborazione, la sua riconoscenza ed esprimergli l’augurio cordiale di molti anni sereni”. Gli anni purtroppo furono assai pochi.
Della nonna materna Erminia ricordo i pochi giorni da lei passati a casa nostra a Milano: ancora una bella signora dal portamento distinto e un po’ altero, golosissima di caramelle, già vittima di quella terribile demenza senile che l’avrebbe accompagnata fino alla fine dei suoi giorni, che non le permetteva già più di distinguere persone e luoghi, ma che non le impediva di continuare a lavorare ai ferri e all’uncinetto con incredibile bravura e velocità. Cosa della quale non mi parve vero di poter approfittare per rifornire il guardaroba delle mie bambole di indumenti di lana. Di lei conservo un piccolo, consunto anellino di nessun valore, che ormai a mala pena riesco a infilare, molto invidiato a suo tempo dalle miei cugine, ma rimasto infine a me quale unica depositaria del suo nome. Di lei conservo altresì in una cornice a mo’ di quadretto una sbiadita, ma bellissima foto color seppia (passata da una mia zia a mia madre e quindi a me), che la ritrae con la suocera, la prima figlia e l’unico figlio maschio, ancora piccoli: foto che, secondo i miei calcoli, è anteriore allo scoppio della prima guerra mondiale.
Del nonno paterno Dionigi, morto quando io ero già al liceo, ricordo solo le ultime visite che, da sola, gli ho fatto, ormai molto anziano e acciaccato, ma lucido e sempre più somigliante a mio padre. Tra noi non c’era mai stato un grande legame (alla lontananza si erano aggiunti dei gravi dissapori tra mia madre e la famiglia di papà), ma non solo mi sembrava doveroso andarlo a trovare, mi faceva anche piacere e lo stesso credo di lui: ogni volta insisteva perché mi portassi via qualche prodotto del suo orto o del giardino, soprattutto rammento che voleva farmi assaggiare e regalarmi a tutti i costi i cachi che crescevano in abbondanza su due enormi piante che costeggiavano il vialetto di ingresso della sua casa.
E io detestavo i cachi, ma naturalmente non gliel'ho mai detto.
Mimma

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