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martedì 6 novembre 2012

Arcipelago cancro: la mia privata onco-cosmogonia

Jan Vermeer, Ragazza col turbante,1665-6
Post di DOC

Che cancro non fosse una bella parola lo realizzai abbastanza presto durante la mia infanzia.
Era inserita in una colorita, arrabbiata espressione mal augurante della mia terra virgiliana, rivolta verso qualcuno non troppo gradito.
E siccome era anche spesso associata a non meglio comprensibili costumi sessuali della genitrice del destinatario, ”cancro” era parola  coperta da un alone di indicibilità e di scandalosità.
Ero l’ultimo nato di una numerosa famiglia, da genitori maturi, che si erano espressi sufficientemente prima della guerra e che, per gli eventi bellici, avevano dato uno stop a programmi di ulteriore espansione demografica.
Mi ritrovavo, perciò, con fratelli molto più grandi e, ovviamente, più sapienti.
Così un giorno verso la metà degli anni ’50 chiesi delucidazioni sul cancro alla mia sorella grande che studiava medicina. Ne ricavai l’idea che il cancro, detto anche tumore, fosse una malattia grave, poco curabile, caratterizzata da un impazzimento delle cellule di un organo del corpo, follia distruttiva per l’organismo.
La “spiega” della mia amorevole sorella non andò oltre. Mi risparmiò etiologia e terapie.
Acquisii così il concetto di una nuova malattia.
Avevo concreta cognizione dei pruriginosi esantemi, della scuotente pertosse e, di lontano, della terribile difterite e dell’ancor peggiore poliomielite.
I vaccini erano ancora in sperimentazione. Sapevo inoltre dell’esistenza del tetano con cui ci si poteva infettare giocando ed escoriandosi nei prati. Ma per le ferite da gioco si poteva ovviare attraverso l’esorcismo dell’orrido batuffolo di alcool metilico, più doloroso della lesione stessa.
Percorrevo allora il periodo della vita che gli appartenenti alla mia disciplina , la neuropsichiatria infantile, chiamano età di latenza. Sono quegli anni in cui le compagne di scuola vengono definite con spregio “le femmine” , cioè altro da te, e il gioco, la bici, la banda dei pari assorbono molte pulsioni.
Il resto dell’energia psichica la puoi, se ce la fai, investire in apprendimento a 360°.
Nelle subentranti e pervasive domande che facevo a raffica a genitori e fratelli scoprii, così, il perché del mio nome: Franco. Ed era una genesi un po’ luttuosamente sfigata.
Franco era lo zio materno, morto da militare a Roma durante la guerra, proprio di cancro.
Mia madre ogni tanto narrava il suo  dolente viaggio di ultimo saluto al fratello terminale, da Mantova a Roma, all’Ospedale del Celio. Viaggio in un’Italia tagliata in due dalla guerra.
Rammentava la tragicità del momento, tra incursioni aeree, mezzi di trasporto di fortuna, escamotages di piccola corruzione per evitare i tedeschi.
Quando ne parlava, mi sembrava proprio Anna Magnani di “Roma città aperta”.
Il mio papà faceva il medico e precisamente il chirurgo generale. Era uno di quei pionieri dell’era pre-antibiotica e proto sulfamidica che si facevano da loro le anestesie operatorie e che passavano dalla chirurgia addominale all’ostetricia, non disdegnando l’ortopedia settica.
Il suo nume tutelare, in oncologia, era il coetaneo professor Pietro Bucalossi, fondatore nel ’48 dell’Istituto dei Tumori di Milano.

Nelle mia “grulleria” infantile il professor Bucalossi non poteva aver cognome più appropriato.
Per queste battute ero ovviamente redarguito, ora si direbbe cazziato, da mio padre e da mia sorella che, per affinità e contiguità di interessi intessevano fitti dialoghi.
Si inseguivano termini come diagnosi, prognosi, anamnesi, emolisi, sinfisi, anastomosi…… Un tourbillon di incomprensibili parole che finivano tutte in “si” e che per me, bambino, sapevano di linguaggio da setta segreta.
Peggiore e più esoterico era il taglio fonologico, quando finivano in “oma” e “tomia”.
Sarcoma, carcinoma, colectomia, gastrectomia, se poi erano supportate dall’aggettivo totale mi suonavano di apocalisse.
In uno di questi simposi clinici domestici, un giorno colsi il racconto di un caso di mio padre.
Narrava di un’orchiectomia totale subita da un giovane per stroncare il tumore ormono-dipendente che gli stava lisando vertebre e bacino. Con la soddisfazione larvatamente sadica dei chirurghi, quando centrano l’obiettivo terapeutico, il mio papà ne raccontava con orgoglio
Anch’io, adolescente, gioii di partecipazione riflessa al successo di mio padre.
E, sempre per capire, volli approfondire. Mal me ne incolse
Per quanto prima detto, già sapevo che il duo tomia + totale non prometteva bene.
La risposta a me,prepubere, intento quotidianamente a personale fallometria e alla coltivazione dello stentato pelo, pubico e facciale, suonò malissimo.
Con il cancro avevo ed ho un problema personale.
Ha ucciso, con varietà di forme, quattro persone della mia famiglia d’origine.
Si sta impegnando, anche, con una giovane discendente.
A volte è stato  quasi generoso per la sua rapida esecutività.
A volte è stato impietoso per la sua illusiva, tarda recidività.
Comincio a non contare più gli amici colpiti, i colleghi e, a volte, rimuovo, dato che mi occupo di età evolutiva, il ricordo di miei piccoli pazienti.
Anche la possibilità di elaborare il lutto, questo tipo di lutto, segnala un grande default.
Rischio l’anestesia affettiva, la sterilizzazione delle emozioni di partecipazione. Della simpatia in senso etimologico.
Ma, forse, non è così.
Milano mercoledì 5 giugno 2012 ore 14,30, Via Valparaiso. Mi ritrovo dopo una pesante riunione di lavoro in una via di Milano che mi è famigliare,  per aver avuto più di trent’anni fa il primo, speranzoso studio specialistico.
Mi è, anche, gravosa nel ricordo un’estesa pozza di sangue rappreso, quando vi giunsi in uno di quei terribili giorni della nostra storia e mani stupidamente infami avevano stroncato la vita di una persona dabbene: Walter Tobagi.
Mi siedo al tavolino rosso di un bar strutturalmente triste.
In quello accanto c’è una donna giovane che fuma e che percepisco confusamente con un copricapo colorato. Mi alzo per andare ad ordinare.
Il servizio non sembra celere.
Incrocio il suo sguardo . Il copricapo è un foulard e nasconde una teca cranica senza capelli.
Gli occhi sono azzurri,dilatati dall’assenza di ciglia. I tratti  del viso sono bianchi e marcatamente slavi,come il suo bacino snello, androgino .Un turgore si sfuma sotto la mandibola,nel collo diafano. In una frazione di secondo penso: cortisone, chemio –terapia, cancro del sangue.
Pensiero indebito,senza storia clinica, ma desolato automatismo.
Non reggo il suo sguardo. Ho paura che capisca le mie tristi fantasie.
Imbarazzato addento con immeritata foga il panino che  per fortuna  è giunto a stemperare il mio disagio.
C’è afa e le grida gioiose dei bimbi che giocano al vicino parco , non deviano il transito mesto dei miei pensieri.
Quanto cancro c’è nella mia vita?  Eppure non mi sono ancora vaccinato e questa sconosciuta dell’Est mi disarma. Mi sento vigliacco a fingere indifferenza, a irrigidire e stornare il mio sguardo. So che l’indifferenza uccide più del cancro. Non mi piaccio così.
Mi volgo dichiaratamente verso di lei e abbandonando il dispeptico panino,le sorrido coniugando le volute di fumo della mia pipa con quelle della sua ennesima sigaretta.
La complicità tra tossici all’aperto è rapida e produce il resto.
“Fa male - dice lei - il fumo”
Convengo con incoerente impudenza.
“La vita - ribatto - a volte fa anche peggio”.
Si alza e mi saluta. Dopo qualche passo torna indietro
“Grazie”- mi dice - e se ne va.
Doc

35 commenti:

Sciarada ha detto...

Ciao Doc, anche nella mia vita il cancro è entrato con tutta la sua forza devastante senza lasciare scampo o speranze, è stato generoso invece nel regalare a piene mani sofferenza alle persone della mia famiglia che ha divorato e impotenza e strazio a me che potevo solo guardare.

Sandra M. ha detto...

Che bel dono reciproco quel vostro breve dialogo.

Carla, i colori...pensieri della mia mente. ha detto...

Doc. grazie.
Mi hai regalato una lettura che mi ha toccata profondamente, perchè anche nella mia famiglia siamo stati ...diciamo omaggiati...di questa terribile malattia e sempre generosamente ci ha lasciati inerti ed a volte persino increduli.
Tendere una parola a chi se l' aspetta è segno di una sensibilità non comune. ciaooo

Antonella ha detto...

Quanta sensibilità, quanta umanità in quelle poche parole.
Grazie di questo meraviglioso racconto.
Antonella

Erika ha detto...

Anche la mia famiglia non è stata risparmiata. Ho perso mia madre per un carcinoma mammario degenerato dopo 20 anni in un tumore della pelle. Spesso si ha bisogno di una parola, di un segno di conforto e tu sei stato capace di donarli. Buona vita!

Cavaliere oscuro del web ha detto...

Grande sensibilità in questo post.
Saluti a presto.

nanussa ha detto...

che meraviglioso racconto e tanta sensibilita'.............

ciao ambra a presto!

Lufantasygioie ha detto...

20 mesi fà non avrei capito appieno questo tuo post.Guardavo i pazienti passare,solo per essere ricoverati;adesso ne conosco tanti,tantissimi che ogni settimana passano da me,per i prelievi ematici di prima e dopo la chemio.
Quasi tutti mi parlano del loro "cancro",delle aspettative di vita,della stanchezza quotidiana,dei dolori e delle difficoltà che una persona normale non immagina.
A volte sono depressi,demoralizzati ,pieni di paura,aspettano l'esito per sapere se potranno fare qualla chemio o l'ultima dose,aspettano...ed io posso solo rassicurarli ed incoraggiarli,nient'altro.
Lu

Ambra ha detto...

Leggere il tuo post mi ha riportato alla mente "Malattia come metafora" dove la Sontag analizza i processi culturali che portano a identificare alcune malattie come emblematiche, il cancro ad esempio.
Leggo con curiosità e interesse la reazione sgomenta di un ragazzino, alle prese col mondo familiare della medicina e a sua volta destinato allo stesso percorso. Un adolescente presto "iniziato" alla conoscenza di sintomi terribili e oscuri come pure a un rimedio "più doloroso della lesione stessa" "attraverso l’esorcismo dell’orrido batuffolo di alcool metilico".
E leggo ancora con curiosità e interesse non solo l'arguto racconto del mondo di questo adolescente e delle sue pulsioni, ma anche la partecipazione appassionata e passionale del ragazzino divenuto ormai adulto e medico, al cancro che lo circonda, così intensa da sorprenderti, dato che per luogo comune, la figura del medico resta asettica, quasi indifferente, davanti a qualsivoglia malattia.
L'ombra nera del cancro è passata anche a me molto vicina più e più volte.
Chi di noi non conosce lo strazio del cancro? Che passa diretto, sulla tua pelle oppure trasversale, arriva da un amico, un parente, un vicino di casa, un collega.
Nella storia dell'uomo le malattie feroci che seminano morte e dolore provocando stragi di grande portata si ripetono instancabilmente, la peste, il vaiolo, la tisi, il cancro ....
Quasi una punizione divina.

Alessandra ha detto...

Credo che il cancro sia entrato un po' nella vita di tutti...chi non ha perso un parente, un conoscente, un amico... per questo? Chi non ne ha paura?
Mi è piaciuto molto ciò che hai scritto, mi piace che un medico abbia anche una grande sensibilità....non sempre è così.

Costantino ha detto...

Questa assurda,imperscrutabile malattia, ha regalato sofferenza e dolore a tutte le famiglie.
Vorrei campare così a lungo da fare in tempo a vederla debellata,
Lo debbbo ad una persona cara che non c'è più.

Mary ha detto...

Amico caro... per quanto mi riguarda il cancro è venuto a farmi visita personalmente e subito ho voluto chiamarlo per nome... non tumore e anche eteroplasia mi sembrava un eufemismo per una bestia così.
Ecco, ora non lo maledico del tutto perchè mi ha fatto scoprire il valore del coraggio per guardarlo in faccia e la grande determinazione di combatterlo... fino alla fine.
GRAZIE... per tanta sensibilità perchè, è vero... l'indifferenza uccide più della malattia.
Mary

riri ha detto...

Grazie. Non servono parole...
Un abbraccio a tutti voi.

gattonero ha detto...

L'ho conosciuto alle elementari, era entrato in un compagno di classe, si chiamava Franco anche lui. Veramente l'ho conosciuto nella sua durezza anni dopo: all'epoca avevo solo saputo che Franco era malato, assente da scuola per mesi. Al suo ritorno aveva la testa coperta da un foulard a fiori, un copricapo strano in testa a un ragazzo, e sotto non copriva i capelli ma un cranio nudo. Aveva ripreso la scuola, ma era durato poco: ricoverato, aveva fatto l'ultimo balzo verso l'altra dimensione, verso un altro mondo, che, per quanto ci fosse continuamente ben descritto un eden, era sempre un buco nero, un baratro senza fondo.
Da 'grande' ogni giorno mi passa accanto; lo ha fatto con parenti, lo fa con conoscenti e amici, ma il ricordo di Franco è rimasto intatto, forse perché legato a un periodo in cui il "non sapere" era sinonimo di "non soffrire".
Adesso si sa, e si soffre.
Ciao.
P.S.: grazie, Ambra.

cristiana2011 ha detto...

Ricordo mia madre e l'orrore che aveva per la parola 'cancro'. Quando si ammalò,le nascondemmo quella parola e, naturalmente, la verità.
Il tuo post di una delicatezza meravigliosa.
Cristiana

sirio ha detto...

Ho avuto esperienze in famiglia troppo presto con questo male, mia mamma ne morì quando io avevo nove anni...e purtroppo non è stato l'unico caso.
Ecco perchè oggi sono un convinto sostenitore della ricerca; i ricercatori sono e saranno la nostra via di salvezza...

Grazie per questo post, buona serata.

Carla, i colori...pensieri della mia mente. ha detto...

Sono tornata ed ho letto queste testimonianze... i miei occhi si solo persi in lacrime....Un abbraccio a tutti.

Aldo ha detto...

Un post eccezionale, bellissimo e molto interessante, sia per il tema trattato che ci trova partecipi che per lo stile e la scorrevolezza delle parole.

Carolina Duepuntozero ha detto...

Ti abbraccio. Ho lavorato, per un periodo, a contatto con l'oncologia e con persone malate. Ho perso delle persone care a causa di questa malattia e altre stanno ancora combattendo oppure sono riuscite a superarla, in un modo o nell'altro. Ti lascio un abbraccio pieno di tutto quello che c'è e non si può dire con le parole.

Alberto ha detto...

Quando certe vite si incrociano...

Alberto ha detto...

Mi sono dimenticato i complimenti per l'ottima scrittura.

riri ha detto...

Ho riletto con grande interesse. Un abbraccio e buon fine setitmana.

il monticiano ha detto...

Non lo è per il contenuto ma è un ottimo post.
Quando poi per quanto scritto mi ricorda la scomparsa di tre persone a me carissime, mio padre e due dei miei fratelli, allora si ripresenta il profondo dolore che provai quando loro, soffrendo, se ne andarono per sempre.

Gabe ha detto...

un post bellisimo,che trasuda sofferenza e partecipazione accorata,mi ha molto emozionato,anche se il contenuto fa venire i brividi

Doc ha detto...

Sostiene Ambra, la nostra Ambra, che il bon ton dei blogghisti prevederebbe una risposta singola per ogni commento al mio post. Non sono scortese,sono semplicemente un terribile imbranato e, scrivere sulla tastiera e non con la penna, è per me un piccolo calvario. Mi scuserete.
I vostri commenti hanno confermato ciò che ho vissuto come persona e come medico,cioè che esiste una dolorosa epidemiologia estesa del cancro (seconda causa di morte per malattia in Italia) ma come anche ci sia una ben più estesa epidemiologia "affettiva" correlata. Mi riferisco al dolore ,oltre che del malato,a quello riverberato dei parenti e degli amici. Insomma il vulnus collaterale.
Per fortuna esistono risorse personali del paziente( e ciò compare nei commenti) e compassione dei parenti e degli amici,ma anche solidarietà e concreto aiuto da parte del volontariato. La scienza intanto progredisce sia per le terapie ma anche nel sollievo delle cure palliative. Ho visto morire,anche in serenità dolce e non in doloroso strazio molte persone. In questo senso è necessario, da parte di tutti aiutare la ricerca. Basta offrire poco, anche per chi non ha grandi disponibilità economiche. Vorrei, inoltre, rimarcare e non per difesa corporativa, che nella grande maggioranza dei casi, i medici sappiano agire con tatto e non solo con competenza. Credo che il '68 abbia strutturalmente cambiato il rapporto precedente tra medico e paziente. Vorrei fare un'ultima riflessione riguardo il processo del lutto. Se per una persona la comparsa del cancro provoca un indubbio sconcerto e una tangibile angoscia, il poterlo affrontare con sostegno, consente di fare bilanci, rimeditare rapporti affettivi o rimediarne altri precedentemente falliti. La morte improvvisa per incidente o malattia, non consente questo tempo per coloro che restano. E lascia buchi neri di rimpianto o di irrimediabile rimorso.
Grazie a tutti
Doc

Adriano Maini ha detto...

Un post vivo, trascinante, ricco di umanità, scritto con degna scrittura.

Krilù ha detto...

Leggo solamente ora questo post, bellissimo e terribile. Bellissimo per come è stato redatto e per la grande sensibilità che l'autore esprime. Terribile per il dolore che svela e risveglia.
Credo siano ben poche le famiglie in cui l'ala nera di questo flagello non abbia portato sofferenza e lutto. Aiutare la ricerca è un dovere per tutti noi, un dovere verso noi stessi e verso gli altri.

l'alternativa ha detto...

Bellissimo e grandissimo post, pieno di emozini e stati d'animo che sempre non riusciamo a descrivere con le parole, tu invece sei stato bravissimo e la tua grande sensibilità unita all'innocenza del bambino è disarmente. Grazie, adoro internet quando ci da la possibilità di leggere pensieri così belli e grandi. Un abbraccio
Emi

Ninfa ha detto...

Un post che mi ha colpito sia per come è scritto, benissimo veramente, che per il contenuto, drammatico e purtroppo sempre attuale. A tratti ho anche sorriso per alcuni episodi che hai narrato in modo ironico, con mano leggera ed anche di una malattia terribile come il cancro ne hai saputo parlare con grande delicatezza e verità, come chi ne ha una grande esperienza. L'ultimo episodio, quello della donna col foulard trasmette emozioni forti: il disagio di fronte ad una persona malata e la finta concentrazione in ciò che si sta facendo tentando di distogliere lo sguardo e il successivo "arrendersi" all'amore, all'interesse, al calore racchiuso in quel breve dialogo e pochi gesti. Sei un grande doctor, Doc!

carlafamily ha detto...

Bellissimo e delicato post.
E' vero la vita fa male, fa molto male, sono molto indolenzita dai suoi colpi e quando mi riprendo ecco che ancora duole.
Un caro saluto.

Roscio ha detto...

Proprio oggi ho fatto visita ad un "fratello" di cui ricordavo lo smagliante sorriso rassicurante. Vederlo smagrito, col colorito giallastro e la stanchezza incombente mi ha toccato oltremisura. Scrivi col piglo del poeta e non del medico. Questo ti rende "differente", continua così In alcuni casi, i medici possono di più con l'umanità che con i farmaci.
Con stima, Rosario Ciotto

Doc ha detto...

Una chiosa e una provocazione:
le cure ed il lavoro degli "avi" mi hanno consentito buoni studi e buone letture. Devo ringraziare loro se con i miei scritti posso esprimere vissuti e ricordi che sembrano avervi coinvolto. Non l'ho fatto da medico che è un mio predicato, sicuramente subalterno ad altre vicende che mi hanno formato come persona. Non pensavo, comunque,di scatenare uno tsunami blogghistico,così partecipativo. Ora vi chiedo, dato che non sono un oncologo, bensì uno psichiatra, come la mettiamo, o meglio, come la mettete sull'altro cancro, non meno metastatico e doloroso,quello proteiforme dell'anima? doc

Ambra ha detto...

Non è per niente facile rispondere al tuo commento. Direi però che questa tipologia di cancro è più subdola dell'altro perché si manifesta con sintomi oscuri che non si sa bene interpretare.
La prevenzione non esiste. Quando te ne accorgi, in realtà non sai - forse nemmeno se sei medico - identificare chiaramente la malattia, ma è un cancro che ha già divorato l'anima senza più speranze.
Per me ha un nome il cancro dell'anima : è il male di vivere e attacca soprattutto le persone più sensibili e più fragili, senza pietà.
Conosco questo cancro, mi ha rubato una persona cara, afferra l'anima e la torce in una spirale d'angoscia senza fine.
Non ci sono esami clinici che possano identificare l'angolo dell'anima nel quale si nasconde e prolifera e per questo è difficile trovare un rimedio.
Mi fa male il ricordo.

Annamaria ha detto...

Scusate...leggo solo ora! E' un post assolutamente commovente: tra verità, razionalità, emozioni e vita quotidiana!
Grazie!!!

Blogger ha detto...

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