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Benvenuti nel blog collettivo creato da Ambra

lunedì 21 settembre 2009

Cosa ci manca?

Si può fare tutto da soli, andare a vedere un film, girare per i corridoi di una mostra, fare un viaggio in treno, in aereo. Prendere il tram. Fare il giro del mondo, in barca, a piedi, in auto.
Una sola cosa non la si può fare da soli: sedersi a un tavolo da pranzo, soli, in un ambiente dove altri tavoli accolgono più di una persona, almeno due.
Non si tratta qui di essere seduti al tavolo di un bar o di un ristorante perché si è in pausa o in viaggio di lavoro, in tal caso si è giustificati e a proprio agio.
Al di fuori di questo caso, sedere senza compagnia in un ristorante scatena un senso di isolamento insopportabile, peggio, quasi ci si vergogna.
Il “solitario” seduto a un tavolo tiene un giornale davanti a sé per dare a vedere che è occupato, mangia il più in fretta possibile senza guardarsi intorno, un tempo si accendeva una sigaretta, infine si alza immediatamente dopo l’ultimo boccone con visibile senso di sollievo, mostrando di avere una gran premura.
Come si spiega questo penoso disagio abbastanza comune a tutti, a quanto sembra?
Tento di capire. Mangiare da soli significa solo nutrirsi, mentre mangiare in compagnia, non solo dentro ma anche fuori casa, è un rituale che genera un piacere che investe corpo, mente e anima, occasione di intimità e di scambio.
Il senso di isolamento nasce dal fatto che si viene defraudati di questo piacere?
Oppure da una “diversità” che separa dal contesto sociale dove si sviluppano relazioni che sono precluse al diverso?
L’imbarazzo nasce dal fatto che il nutrirsi privo di rituale resta un gesto animalesco che non riesce a sollevarsi al di sopra del pasto della belva?
Oppure semplicemente il momento del pasto è nell’immaginario collettivo un importante momento di socializzazione attuato quotidianamente sin da bambini all’interno della famiglia e l’impossibilità di ripeterlo crea uno sgradevole senso di inadeguatezza?
Io non lo so con precisione. 
Ambra                                               image cc by Pink Sherbet Photography

14 commenti:

Fabrizio ha detto...

Cara Ambra ho letto con grande piacere il tuo scritto e...confesso che anch'io una volta detestavo andare al ristorante da solo e portavo sempre con me un giornale.Ora ho risolto perchè non vado più al ristorante da solo perchè..da solo..mangio meglio a casa mia!!!!

mimma ha detto...

Anch'io non lo so con precisione, Ambra, ma il ritrovarsi da soli fuori casa, davanti a una tavola apparecchiata, sembra far risaltare ancor più la solitudine di una persona. Al cinema o a teatro, se ci vai da solo, si spengono le luci e ti immergi nello spettacolo, a un museo o a una mostra puoi magari scambiare qualche commento con un altro visitatore, ma da solo al ristorante... Forse perchè da sempre, nell'immaginario collettivo, il pasto è associato a un momento di condivisione non solo di cibo e bevande, ma anche di sentimenti, di esperienze, di opinioni e informazioni. Meglio a casa allora, come dice Fabrizio: la televisione o la radio possono farti un po' di compagnia.

ida ha detto...

A mio parere, peggio ancora che mangiare da soli al ristorante, è mangiare con qualcuno al quale non hai nulla da dire. Intendo quelle coppie, giovani o mature che siano, che riescono ad "immergersi" nei loro piatti senza scambiare una parola. Purtroppo sono numerose e loro mi mettono davvero a disagio.
Ida

bobo ha detto...

E' acuta la tua osservazione. quello che dici è vero. Io non ci avevo mai pensato
bobo

Fabio ha detto...

Ciao Ambra, sono interessanti le osservazioni.
Per quel che mi riguarda il fatto che si possa tranquillamente pranzare da soli a casa, ma non in luoghi pubblici, ci fa capire che si tratta di qualcosa di socialmente indotto e che non ha a che vedere con i rituali ancestrali dell'uomo, ma con quelli terribilmente attuali della vita di oggi.
Quello che si sente è un'inadeguatezza, una sorta di esclusione sociale....proprio perchè i luoghi e le persone ti fanno sentire così.
Nel senso che se ci fossero più persone che fanno la stessa mia cosa io non mi sentirei un escluso sociale, se i luoghi fossero più adatti al singolo e non facessero trasparire l'imbarazzo del cameriere che deve prepararti un posto appositamente magari lasciandoti occupare un tavolino che secondo lui è sprecato (perchè ci rimarrai da solo).... insomma, quello che si sente è tremendamente reale, non è che ci si senta esclusi, lo si è semplicemente nei fatti!
Se vado a mangiare da mac donalds dove ci sono moltissimi tavolini o postazioni per singles e dove capita spessissimo di traovarci il singolo che mangia un boccone di passaggio sono assolutamente a mio agio. Non è un problema nostro ne tantomeno di pulsioni ancestrali, ma di tremenda e quotidiana banalità.
E le responsabilità non sono nostre, ma di chi struttura i posti in questo modo o di chi, vergognandosi di sedere da solo evita di farlo....lasciando nel disagio quell'unica persona che invece lo ha fatto e che si continua a domandare quale grave atto stia facendo o quale grave colpa abbia nell'aver fatto una cosa che, da quando è seduta, nessuno ha osato fare.

LA CRI ha detto...

Fabio in parte è vero quello che dici, la società in certi frangenti ci fa sentire soli . Io in un momento particolare della mia vita ho "avuto il coraggio" di sedermi da sola al tavolo di un ristorante il giorno di Pasqua, ho provato tristezza e disagio ma è stata per me quasi come una prova di forza da superare. E' vero in parte ciò che dici i luoghi comuni sono poco adatti al singolo e che per certi versi si tratta di tremenda banalità, ma ritengo che tuttavia l'uomo non è nato per vivere da solo ma per stare in comunità..non è forse questo che sta magari alla radice di questo disagio nel vivere certe situazioni in certi luoghi ?

Fabio ha detto...

Ciao Cri,
ma infatti se i luoghi fisici, e quindi della mente, fossero strutturati e pensati in modo diverso le solitudini sarebbero più tollerabili, più accettabili ed anche più separabili. Quando una persona si sente a disagio non interagisce con gli altri, se il luogo ti fa sentire accolto ed a tuo agio anche i singoli avrebbero più predisposizione per "incontrarsi" e comunicare. Il concetto di fondo è far sentire a suo agio il singolo, ma il passo successivo è quello di permettergli di interagire ed entrare in contatto con gli altri.

Ambra ha detto...

Ciao Fabio. Sono d'accordo con quanto dice Cristina e in parte con quanto tu dici. Io però non ne farei necessariamente ed esclusivamente colpevole la società, di questo disagio, pur concordando almeno in parte sul fatto che è certo indotto dalle convenzioni sociali infrante. Intanto la società come tale non può che tenere conto principalmente della comunità e dei suoi bisogni anche a scapito di quelli del singolo. Ma non è tanto questo il punto.
Non puoi trovare da mc donalds né presso alcun ristorante quand’anche privilegiasse i clienti single e per assurdo arrivasse a favorire scambi con altri, quel forte significato di condivisione sia fisica che emozionale che il cibo può assumere e che puoi attuare solo in un cerchio intimo, dove i partecipanti si conoscono reciprocamente in un circolo d’affetto e di emozioni come per esempio quello della famiglia.
Tanto è vero che anche se siedi a tavola nella tua casa, una cosa è mangiare da soli (certo non creerà una situazione di disagio, ma resterà sempre e solo un nutrimento per la sopravvivenza), altra cosa è se la sedia di fronte a te è occupata da qualcun altro, il tuo compagno, la tua famiglia, gli amici. In questo caso allora il cibo è anche un dono d’amore: io ho cucinato per te, per darti gioia con le mie mani sapienti. E io divido il mio cibo con te per gioire insieme con te del nostro reciproco scambio.
Mi viene in mente [prendete e mangiate, questo è il mio corpo … ].
E tutto ciò non ha niente a che vedere con i condizionamenti sociali.

Fabio ha detto...

Ciao Ambra,
hai ragione, certo, ma infatti non vorrei sostituire la "buona compagnia" ed il concetto di dono di sè che comporta con una solitudine-un-po'-meno-spezzettata. Semplicemente vorrei che si trasformasse almeno in solitudine-un-po'-meno-spezzettata quel profondissimo senso di isolamento che spesso vediamo o viviamo quando siamo in mezzo ad altre persone e non siamo in grado, per colpa nostra, delle persone o dei luoghi, di sentirci parte di una comunità di viventi che possono trarre reciproco beneficio dall'interazione e dalla comunicazione.

Mirco ha detto...

Mi è giunta in regalo un dì una bottiglia di un vino da me molto amato.
Ho atteso a lungo, prima di berlo, vincendo la curiosità e la golosità perchè attendevo "il" momento.
Sapevo che ci sarebbe stato

Un giorno ho ritrovato i miei amici, o meglio i miei amici hanno ritrovato me, e così quella sera ho costellato la mia modesta magione di luci di candele, ho messo su una musichina vellutata e mi sono preparato una pappa molto semplice e amata.

Quindi mi sono vestito bene, ho preso la bottiglia e le ho fatto rivedere la luce, dopo più di 12 anni. L'ho lentamente versata in una coppa, l'ho levata al Cielo e sorridendo ho dedicato un brindisi alla gioia del momento, e a tutti gli amici.
Non c'era nessuna voce ad unirsi alla mia, ma - credetemi - erano tutti lì.

:-)

Ambra ha detto...

Mirco, dalle tue parole sorge un'immagine bellissima.
Esse vengono direttamente dall'anima e per questo solo un cuore "puro" può avere questa forza e questa simbologia evocativa.

Fabrizio ha detto...

Ciao Mirko,ancora una volta(...se ce ne era bisogno)hai lasciato una bellissima traccia della tua grande "onestà" intellettuale,pura come il tuo buon pane fatto in casa.
Bravo!

roberto ha detto...

belli e interessanti davvero alcuni post e commenti:il mare e lo scrigno,sulla poesia valore,cosa ci manca. complimenti. rob

Blogger ha detto...

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