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martedì 5 novembre 2013

"Schola magistra vitae".
(Psicopedagogia, bullismo, lotta di classe di altri tempi)

Mantegna, Camera degli Sposi,
Principino Gonzaga, Mantova.
Post di Doc
Così stava scritto su di una funerea lapide marmorea posta all’ingresso dell’edificio scolastico.
Il primo giorno, alla scuola ci arrivai seguendo di piccolo trotto ed affannato, il mio fratello maggiore, che su di una sgarruppata bici da donna, aveva avuto dai miei genitori, la noiosa incombenza di sostituirli nel rito iniziatico al mio sapere. La scuola era situata nel centro storico della mia città, Mantova, massacrato dai bombardamenti di dieci anni prima, perché vicino alla ferrovia.  Era intitolata al filosofo aristotelico del 400’ Pietro Pomponazzo. Nella grulleria tipica di quell’età il nome del Pomponazzo mi  sembrava inappropriato per un filosofo, che in seguito scoprii, trattava spesso dell’immortalità dell’anima.
Cioè mi sembrava un nome da clown, non da pensatore e, di conseguenza ilare.
La mia maestra si chiamava Ada. O meglio si faceva chiamare Ada.  Malelingue dicevano che la versione ufficiale fosse Adua. Il vento post bellico le aveva fatto perdere una U.  Più politicamente corretto, ed adeguato ai tempi. Arrivava  a scuola accompagnata dalla sua cameriera, che come un ascaro fedele, le portava registro e quaderni corretti a casa. Era una signorina di buona famiglia, che aveva sublimato nell’insegnamento ciò che la vita non le aveva concesso: un marito. Ma questa è una mia malignità postuma. Era alta, spigolosamente magra, con capelli mossi, screziati di grigio. I suoi occhi erano azzurri, un po’ sporgenti da ipertiroidea. Dal suo paramonacale grembiule d’ordinanza nero,vezzosamente orlato di bianco al collo ed ai polsi,spuntava un filo di perle. L’arredo personale era completato da un anello con una pietra acqua marina sberluccicante, che richiamava a mio vedere il colore dei suoi occhi. La sua voce era flautante come quella delle doppiatrici dei film degli anni '40. Spesso io mi assentavo con la testa, ipnotizzato dalla sua melodia didattica e rapito dai riflessi dell’acqua marina, che fantasticavo provenire da un tesoro di pirati. Lei se ne accorgeva e mi destava con richiami poco flautati. Il fatto era che mi annoiavo perché sapevo già leggere e disgraficamente scrivere. Se non mi assentavo non stavo fermo. In soldoni spicci ero un caso da neuropsichiatra infantile: disturbo dell’attenzione con comportamento ipercinetico. Ma allora non c’erano, i neuropsichiatri infantili ed Ada molto più pragmaticamente mi spediva in seconda da un’altra maestra che pure  lei si chiamava, ma anagraficamente, Ada. Insomma divenivo un rifugiato scolastico. Da Ada seconda, la quiete, mi ricomponevo perché apprendevo cose nuove decisamente più coinvolgenti. Nella mia classe non mi sentivo clinicamente solo. C’era un bel florilegio di casi interessanti. Nel banco dietro di me stazionava Giovanni. Aveva un corpo più sviluppato della media, un volto caratterizzato da una certa grossolanità dei lineamenti, un incarnato olivastro. Nella cattiveria proto lombrosiana  e razzista dei bambini di allora, lo chiamavamo Maumau, dall’omonima tribù africana. Ma Giovanni non reagiva. Anzi non parlava proprio, non guardava negli occhi. Non solo a noi compagni ma anche alla maestra Ada. Faceva i compiti e diligentemente. Insomma funzionava per disegni, pensierini scritti e piccole operazioni aritmetiche. Un bel mistero, reso più complicato dalla osservazione che all’uscita della scuola alla madre che lo recuperava, sembrava dare resoconti fitti della giornata. Giovanni parlava, eccome se sapeva parlare. Non con noi, né con Ada.  La cosa mi incuriosiva e da un lato mi inquietava. Un bel giorno a Giovanni cadde l’astuccio delle matite. Istintivamente mi chinai e glielo porsi, incrociando forse per la prima volta il suo sguardo. Ci fu un attimo di sospensione. Io avevo in ostaggio il suo astuccio, lui si sporgeva interessato, ma silente. Mollai con mala grazia il tutto sul suo banco ed aggressivamente gli afferrai le sue gote ipertrofiche all’urlo ”ma parla che lo sai fare”. Lui mi guardò un po’ spaventato e sussurrò, proprio sussurrò ”grazie”. Non parlò più per il resto dell’anno e poi cambiò scuola. Era un caso di mutacismo elettivo. In quasi quarant’anni di lavoro ne ho incontrati solo altri tre.
Il baby-boom post bellico e il passaggio in terza mi fece entrare in una classe iper affollata data dalla riunione di due sezioni. Il dominus era il maestro Umberto. Alto, pelato arrivava a scuola imbacuccato in sciarpa e berretto di pelo siberiano, a cavallo di uno scoppiettante motorino ”aquilotto”,oggetto di sbavante ammirazione nostra. Se Ada era una signorina carismaticamente fine  e per questo rispettata, Umberto era carismaticamente potente. Era tornato a piedi dal Don con il resto del 5° Alpini. Questa sua presenza testosteronica ci conteneva. Diciamo che la Montessori non l’aveva contagiato. Usava,se tirato per gli stracci, le mani. E lo sapevamo.
New entry di quell’anno furono due gemelli ripetenti: Pulcherio e Nelusco. Due nomi così ti segnano  per una vita. Pulcherio, che in latino sta per il più bello, non era certo una bellezza. Era svelto di mani. Si appostava all’ingresso della classe  ed estorceva sistematicamente la merenda che  portavamo per l’intervallo. Non  potevo oppormi fisicamente, ma dopo alcuni sequestri, adottai la strategia di leccare vistosamente, al suo appalesarsi, la mia schiacciatina. La leccata ebbe successo e fu adottata dal gruppo. Non senza postume rappresaglie verso di me. Il mio cappellino di camoscio, che assieme ai pantaloni al ginocchio ed ai calzettoni bianchi,  confezionavano l’ideale estetico da bravo bambino della mia mamma, era spesso in irridente volo tra Nelusco  e Rubens. Si subiva, ma non si faceva la spia. Il maestro Umberto sapeva. Del resto faceva lezione con Pulcherio praticamente incatenato al predellino della cattedra e Nelusco, meno irrequieto, spesso dietro la lavagna. Quando  Il maestro era alla canna del gas mandava in missione il bidello Farina, detto Rigoletto per via della gobba verdianamente ripresa, ai mercati generali. Colà lavorava il padre dei gemelli. Sacramentando silenziosamente, il padre, giunto in classe ascoltava l’elenco delle malefatte della prole. Quindi  posizionava i due sul predellino e ammollava loro due sganassoni da facchino, come era. I due stavano in coma vigile, ma inoffensivo per quindici giorni. E’ pleonastico dire che telefono Azzurro era molto al di là dall’esser in funzione.
Nella scuola che frequentavo gli  allievi erano di svariata estrazione sociale. Ero un privilegiato. Il maestro mi concedeva di portare a scuola i libri di Salgàri e soprattutto di leggerli durante le lezioni,  con il tacito accordo che  non mi accodassi al gruppo dei sovversivi. Oltre ai sovversi, i picchiatelli, avevamo anche altre ”professionalità”. Luciano aveva traffici d’ogni tipo: i petardi, il carburo, fumetti usati, biglie e soprattutto i calendari profumati con donnine discinte, mitici  gadgets dei barbieri che, però, erano destinati ad una clientela più sessualmente evoluta. I petardi assieme alle pietruzze di carburo di acetilene erano merci proibite perché pericolosi o fastidiosi. Le lattine dei pelati Cirio venivano poste sopra una piccola buca ripiena di acqua. Si sviluppava un gas, l’acetilene, propellente per il missile-barattolo Cirio che innalzatosi in cielo, ci facevano  ritenere Von Braun e la Nasa  dei dilettanti. Alcuni purtroppo ci avevano perso, però, un occhio. Un bel giorno decisi di acquistare un petardo. La trattativa con Luciano durò tutta la ricreazione. Invero non indegna di un suk arabo, e per la somma di lire dieci, praticamente il costo di un gelato, ottenni l’oggetto del desiderio. Tanto e  caldo era stato il mio contatto col petardo ed eccitabile si era reso il maledetto. Fatto sta che mi sfuggì di mano e cadendo a terra, esplose. Il rimbombo fu terribile e la scena che ne segui apocalittica. Il maestro Umberto mollò la sigaretta che stava fumando beatamente con i colleghi e si precipitò in aula rosso in viso e  sulla crapa come un’Erinni. Trovando  Nelusco sulla soglia gli allungò profilatticamente un ceffone. Nelusco che era sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato, andò a sbattere il capo contro lo stipite e si procurò una piccola ma visibile emorragia. Umberto, preoccupato  si fermò e iniziò a curarlo. Quindi, sfollato il capannello dei curiosi, ad aula chiusa iniziò l’interrogatorio. ”Chi è stato?” disse l’Umberto ergendosi sul predellino della cattedra, come un neo Torquemada sul pulpito del tribunale della Inquisizione. Nel silenzio più assoluto mi sentivo l’ultimo dei reietti, schiacciato da una colpa inassolvibile. Mi alzai, timidamente tremebondo. ”Tu?!”  Vidi il maestro precipitarsi minacciosamente verso di me. Mi feci piccolo, contraendo i muscoli del collo e stringendo occhi e denti, attesi la mia indifferibile esecuzione. Non arrivò. Riaprii gli occhi, lo vidi davanti a me sbuffante come un toro da corrida. Ritornò alla cattedra e profferì: ”Hai avuto il coraggio di confessare. Per questa volta….”. Passato lo spavento, non troppo malignamente, pensai che menare un incensurato e di buona famiglia, al maestro poteva costare qualche guaio. Ce l’aveva fatta a tornare dalla Russia. Meglio non esagerare. Empiricamente imparai il concetto di dialettica di classe e di Engels  proprio non sapevo nulla. Concludo: non so se scola sia stata magistra vitae, certo per me è stata un’ insegnante di sostegno, magari perfettibile, ma di sostegno. Penso inoltre che il panorama infantile incontrato in quegli anni abbia un po’ giocato nel portarmi a fare il neuropsichiatra infantile, mestiere che ancora riesce, a volte, a farmi ridere.
Doc



29 commenti:

Gabe ha detto...

racconto molto coinvolgente che mi ha portato indietro nel tempo,quando la mia maestra mollava senza problemi ceffoni agli scolari meno dotati e chiamava all'interrogazione un gruppo di ragazzine con:"le oche alla lavagna"
altri tempi sicuramente,ora avrebbe ricevuto denunce e sospensioni
complimenti a Doc
buona giornata

Pino Palumbo ha detto...

Entusiasmante racconto Doc! Storie vissute da me anche, come da molti. Il barattolo Cirio trasformato in missile della Nasa, i petardi, i ripetenti che impaurivano un po, perché più grandi e anche più "bifolchi" (e se no che ripetenti erano!) . Il solito ladro di merendine e la maestra un po "austera"...ma che ancora oggi io la ricordo con affetto.

Ma...toglimi una curiosità! E' a seguito delle rappresaglie dei due gemelli ripetenti che hai deciso di fare il neuro psichiatra infantile?...ironizzo ovviamente...

Davvero un bel racconto Doc...nostalgico.
Ciao.

Nella Crosiglia ha detto...

Doc ...senza parole ..cosa potrei mai commentare , il peccato che sia finita così presto!
Ormai mi ero entusiasmata a questi personaggi, alle loro caratteristiche e tutto filava liscio finchè non vidi la parola commenti...
Ti prego scrivi ancora!
Mille grazie!

Mirta Luce nel cuore ha detto...

Ricorda che hai un angelo accanto a te ! Un carissimo saluto cara Ambra!
Recuerda que tienes un ángel a tu lado. ¡Un gran saludo!

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Tiziano ha detto...

Questo racconto mi a fatto ricordare il mio maestro che mollava dei ceffoni che ti faceva girare come una trottola. quello era un po troppo, adesso e cambiato i ceffoni li prendono i maestri
ciao buona serata

EriKa Napoletano ha detto...

Splendido racconto. Lo sai che anche la mia prima maestra si chiamava Ada? Telefono azzurro ha rovinato tutto.....Oggi sono i genitori che difendono i figli anche quando hanno torto. Ciao

Luigi ha detto...

molto appropriata la definizione della scuola come insegnante di sostegno: anche per me è stata praticamente questo!!!

Ambra ha detto...

Cose d'altri tempi i ceffoni agli alunni. Ma credo che ancora oggi il principino intoccabile che si distingue dalla scolaresca più anonima, riceva un trattamento preferenziale anche se più mascherato, ancora una volta a causa di possibili e temute denunce.
Divertentissimo questo racconto. Ognuno si ritrova in queste storie, similmente vissute negli anni delle goliardate, che non si limitano alla stagione universitaria, iniziano dai primi giorni di scuola con i barattoli cirio a mo' di missile e finiscono con gli scherzi talvolta feroci alle matricole.
Eppure nei risvolti del ricordo spariscono la paura del maestro, il terrore per gli attacchi dei compagni, la brutalità di certi scherzi, le ansie, restano i sorrisi divertiti per le malefatte e le ragazzate più o meno innocenti.
Sorrisi e risate che la coinvolgente trama di questo racconto evoca più che mai.

nanussa ha detto...

ritornero' a leggere con calma questo interessante post.....
saluti e buona giornata !!

POETA CIGANO ha detto...

Querida amiga!!

Perdoa-me a invasão de seu espaço, mas o
achei num Blog. amigo. Ele é bem bacana,
com excelentes conteúdos. Se me permitir,
voltarei com mais tempo para comentá-lo.
Um fim de semana maravilhoso é o que desejo
Para você. Com muita paz, amor e, felicidade em
Seu coração. Que haja muita luz em seu caminho.
Beijos de luz !!!

POETA CIGANO – 05/11/2013

http://carlosrimolo.blogspot.com
“Poesias do Poeta Cigano”


Annamaria ha detto...

Ma che meraviglia di racconto!!! Avvincente, coinvolgente, vivacissimo!!! Mi sono vista davanti come in un film tutte le scene raccontate, insieme ai loro protagonisti delineati e descritti con un linguaggio più che incisivo. Grazie di cuore, Doc !!!

SG ha detto...

Il tuo racconto è molto divertente e mi piace soprattutto come riesci a descrivere e a far immaginare perfettamente i personaggi che lo caratterizzano.
Bravo!
Silvana

Achab ha detto...

Un racconto piacevole e avvincente,un saluto a Doc e tutti voi e un saluto alla cara Ambra,buona serata.

Mondod'Arte di S.Pia ha detto...

Il bullismo e la corsia preferenziale per lo scolare di famiglia per bene esistono ancora e secondo me non cambierà mai. Sono entrambi peggiorati e se continua così vedremo insegnanti trasformati in delinquenti aggressori di giovani e bambini, tutti dietro le sbarre ed oplà! Mentre i "bravi ragazzi" vittime del bullismo saranno sempre più indifesi ed aggrediti dai sempre "bravi ragazzi" bulli.
Comunque a parte questo, bello e divertente il tuo post che mette in luce aspetti negativi, da te magistralmente trasformati in goliardici, della vita passata.
Mi sono divertita quindi ti ringrazio, a presto Doc.

il monticiano ha detto...

Ad averne di questi ricordi così ben raccontati ed è naturale che, nel leggerli, torni indietro negli anni - nel mio caso di troppi anni - e allora riaffiorano nella mente molti piacevoli e meno piacevoli ricordi tipo la bacchettate sulle mani.
Un salutone,
aldo.

Elio ha detto...

Invidio amichevolmente Fabrizio per il suo viaggio. Per quanto riguarda la scuola attuale, almeno qui in Francia, non è proprio più "magistra" perché i giovani studiano molto poco. Sanno solo protestare e sfilare contro qualsiasi decisione sia presa. Non dico che non ne abbiano il diritto, ma bisogna anche considerare i vari motivi. La settimana di studio si riduce a quattro giorni e mezzo e durante quest'ultimo si tratta di attività collaterali come sport o gite. Un cordiale saluto.

Melinda Santilli ha detto...

Io preferisco non pronunciarmi sulla scuola, di bullismo ne ho subito fin troppo e purtroppo non è vero, non tutti gli insegnanti sono disposti ad aiutare chi ne è vittima.
Un abbraccio

Olgica T ha detto...

Bellissimo racconto,lo tornerò a rileggere con calma,mi ha riportato indietro nel tempo per certi particolari.
Curiosità:ma che è Doc?

Beatris ha detto...

Entusiasmante racconto di vita vera, vissuta!
Buona giornata da Beatris

doc ha detto...

volontario seneca,vivo e lavoro a milano.doc

Cavaliere oscuro del web ha detto...

Bisogna lottare contro il bullismo e le famiglie devono essere le prime.
Saluti a presto.

Costantino ha detto...

Bel racconto di cose vissute.
Poi la laurea, quella vera, la conferisce giorno per giorno la vita..

Antonella Leone ha detto...

E' davvero un racconto incredibile e direi più che mai attuale. Le situazioni ormai non sono simili ma sono sicura che tanti alunni si rispecchiano ancora oggi nelle sensazioni che hai provato tu

Sandra M. ha detto...

Aspettavo questo racconto. :)
Ritrovo tutto il mio mondo delle elementari; solo i primi tre anni , però, perché poi babbo e mamma mi trasferirono altrove e cambiò tutto , cambiò in meglio: finirono le angherie e la solitudine.
Certo che ha una memoria formidabile, forse anche un po’ aiutata dalla professione.
Comunque sei notevole, proprio come scrittore intendo. La tua prosa scorre veloce evocando fotogrammi perfettamente sceneggiati e a colori, voci e colonna sonora comprese.
Bravissimo Doc, peccato che non sarai all'incontro di domani.

Alessandra ha detto...

Ho un pessimo ricordo delle scuole elementari e tutto per colpa di una maestra severa e rigida.
Il suo essere autoritario non fece altro che farmi sentire fuori luogo.
Oggi le cose sono un pò cambiate, sono gli alunni che hanno il coltello dalla parte del manico..ancora devo capire se è un bene!!

raffaella. p. ha detto...

Ciao Doc, bellissimo post... avvincente ed interessante... complimenti!!!

Stefano ha detto...

Grazie Ambra, è stato tutto bello. Ciao

Giulia ha detto...

Ciao Doc, è stata una lettura entusiasmante e divertentissima, come assistere al film di uno dei migliori registi. Bravo!

l'alternativa ha detto...

Un racconto molto bello e coinvolgente, è un piacere leggerti ed è un peccato che finisca così presto. Tantissimi complimenti a te un saluto ad Ambra
Emi

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